TRAIETTORIE CULT DEL CALCIO E DELLA CULTURA POPROMA · ESTATE 2026
Racconti PopolariN.008

Le porte erano due zaini

Non avevano la stessa distanza, la traversa non esisteva e uno dei due conteneva ancora la merenda. Eppure nessuno dubitava che quella fosse una porta.

La misura era un passo

Prima di cominciare, qualcuno appoggiava due zaini a terra e li sistemava con i piedi. La distanza veniva misurata senza strumenti: tre passi, forse quattro, dipendeva dalla grandezza del portiere e da quanto spazio restava tra una macchina parcheggiata e il muro.

Gli zaini non erano mai identici. Uno rimaneva in piedi, gonfio di libri; l’altro si piegava su un lato e durante la partita si spostava lentamente. Nessuno pensava di correggere l’asimmetria. Una porta vera non era necessaria. Bastava che tutti accettassero la stessa finzione.

La traversa immaginaria

Il problema cominciava con i tiri alti. Sopra gli zaini non esisteva niente, quindi la traversa doveva essere negoziata ogni volta. Se il portiere riusciva a toccare la palla con una mano, era alta. Se non saltava, era gol. Se saltava tardi, iniziava un processo senza giudice.

Quella discussione non interrompeva la partita: era parte della partita. Le regole non arrivavano prima del gioco. Venivano inventate per risolvere ciò che era appena successo e potevano cambiare di nuovo cinque minuti dopo.

Il campo non era un luogo. Era un accordo temporaneo tra persone che volevano giocare.

Tutto poteva diventare calcio

Si giocava con un pallone sgonfio, una palla di gomma, una bottiglia schiacciata o un oggetto che rotolava abbastanza. Il bordo del marciapiede diventava una sponda. Un albero segnava la linea laterale. Il cancello era contemporaneamente curva, tribuna e ostacolo.

La bellezza non stava nella povertà dei mezzi, ma nella velocità con cui il mondo veniva trasformato. Non serviva costruire un campo: bastava riconoscerlo. Per un’ora un cortile smetteva di essere un cortile e nessuno aveva bisogno di spiegarlo.

Il momento in cui finiva

Le partite non avevano una durata. Finivano quando arrivava il proprietario della macchina, quando faceva buio o quando la persona a cui apparteneva uno degli zaini doveva tornare a casa. A volte l’ultima azione durava dieci minuti, perché nessuna squadra accettava di concludere dopo aver subito un gol.

Poi gli zaini tornavano a essere zaini. Venivano rimessi sulle spalle, con dentro libri storti, una bottiglia d’acqua e qualche granello di terra. La porta scompariva completamente. Rimaneva soltanto il risultato, quasi sempre diverso a seconda di chi lo raccontava.